Antonio
Petito nacque a Napoli nel 1822, primogenito di Salvatore Petito,
noto interprete della maschera di Pulcinella, e di Giuseppina D’Errico,
detta “Donna Peppa”. Il padre recitava le sue farse
“pulcinellesche” al Teatro San Carlino di Napoli, mentre
la madre fu una pupara, una guarattellara, ossia gestiva un teatrino
dei pupi e, successivamente quando divenne la sposa di Salvatore
Petito fu l’impresaria della compagnia della famiglia Petito.
I Petito erano una famiglia illustre di artisti teatranti e, si
contraddistinsero da tante altre compagnie popolari del tempo per
la loro immensa bravura. Essi furono sulla scena popolare napoletana
a partire dalla seconda metà del Settecento fino alla seconda
metà dell’Ottocento. Basti pensare che il fratello
maggiore di Antonio, Gennaro Petito, era stimato dal pubblico per
la sua mimica e, l’altro fratello minore Davide Petito fu
ammirato per il suo estro recitativo.
Antonio
Petito, chiamato anche con l’appellativo di Totonno ‘o
pazzo, sarà un autore, attore e capocomico napoletano di
fama internazionale, in quanto egli renderà celebre, in tutto
il mondo, la maschera di Pulcinella. Esordì sulla
scena all’età di sette anni, mostrando grandi capacità
nel ballo (appreso dal padre), nella mimica, nel canto, nella musica,
nelle parodie e nei giochi di prestigio, egli fu anche un acrobata
molto abile. Nel 1853, Totonno ereditò dal padre
Salvatore la maschera di Pulcinella ed Eugenio Buonaccorsi
ci informa che Petito ricevette l’investitura del camice bianco,
dallo stesso padre, sul palcoscenico del San Carlino,
davanti alla platea degli spettatori. Da quel momento Petito, fino
all’ultimo giorno della sua esistenza, sarà
per il pubblico e per la stampa “Il Re dei Pulcinella”
e “Il Re del San Carlino”.
Antonio
nel seguire le orme paterne, non faceva altro che riaffermare l’amore
e l’interesse che egli nutriva per la Commedia dell’Arte
Cinquecentesca. Ovviamente modificò gli aspetti, le caratteristiche,
le movenze, l’abbigliamento, il linguaggio e i contenuti della
maschera di Pulcinella, recando a quest’ultima maggiore spessore
psicologico. Per quanto riguarda i contenuti, Petito nelle sue commedie
trattava temi sociali di enorme attualità; basti pensare
All’unione delle fabbriche (1871), e alle
Tre banche a ‘o trecento pe’ mille;
in esse Totonno pose la sua attenzione e la sua considerazione sulla
realtà partenopea di metà Ottocento. Di conseguenza
Pulcinella, specie nell’ultima stagione di Petito, sarà
obbligato a migliorare la sua lingua, in seguito allo sviluppo industriale
e alle nuove situazioni economiche e culturali. La maschera napoletana
non si esprimerà più in un vernacolo arcaico, ingarbugliato,
rurale e ricco di errori, ma con l’affermazione della borghesia,
Pulcinella si esprimerà nella nuova lingua borghese, allacciandosi
persino alla cultura francese del vaudevilles e della pochades.
Inoltre l’attore mutò l’atteggiamento caratteriale
di Pulcinella; non più una maschera pigra, buffona e sciocca
quale essa era stata in epoche passate, ma con Petito si ebbe una
maschera attiva, dinamica e molto furba, con evidenti tratti sentimentali
e malinconici. Franco Carmelo Greco, scrive che “il
Pulcinella di Petito è totalmente urbanizzato e romanticamente
infelice”. Il Pulcinella petitiano dunque non era
più un villano babbeo, ma era un servo arguto e saggio. Addirittura
Totonno si divertì ad inscenare un Pulcinella in veste femminile;
citiamo due delle sue tante pulcinellate con costumi da donna: La
popolana e Palummella.
Petito
era semi-analfabeta e il suo repertorio teatrale ha più valore
tecnico che letterario, ossia i suoi copioni sono fondamentali da
un punto di vista scenico-recitativo e rappresentativo. Però
questo non significa che per il grande Petito il testo scritto non
fosse importante; anzi nel teatro dialettale egli può essere
considerato il primo attore comico che intuì quanto fosse
necessario il copione scritto da recitare. Solitamente il nostro
comico ideava la trama dei suoi canovacci e poi si rivolgeva agli
illustri letterati del tempo per effettuare la stesura dell’opera.
Eduardo
Scarpetta, allievo prediletto del Maestro Petito, annota nelle pagine
– “Dal San Carlino ai Fiorentini”, Napoli, 1900
- che <<Petito era capace di buttare giù una
commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie
risme di carta, di parecchie dozzine di penne d’oca e di un
litro d’inchiostro, metà per la commedia, metà
per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia. [ ]. E le lettere
si allungavano [ ] come tracciate dalla mano incerta d’un
bambino, ora tenendosi ritte a stento, ora barcollando [ ]. Le righe
si mutavano da orizzontali in trasversali, e così si andava
avanti per pagine intere. [ ] >>.
Sulle
tavole del San Carlino, Petito non solo indossò il camicione
di Pulcinella, ma anche la maschera del buffo Pascariello e di Don
Felice Sciosciammocca. Sciosciammocca, è un personaggio popolare
diffuso in un primo momento dal teatro petitiano e poi in un secondo
momento dal teatro scarpettiano. Don Felice, è “una
caricatura del piccolo borghesuccio” – così lo
definisce l’autrice Monica Brindicci, in Napoli e le sue maschere:
il Pulcinella di Eduardo – Questa <<mezza maschera>>
verso la fine dell’Ottocento, prese il posto di Pulcinella
nel teatro partenopeo; anzi Felice Sciosciammocca assieme a “Pasquale
Passaguaie” e “Pasquariello”, <<segnano
la crisi definitiva del vecchio servo che cede il posto alla modernità
e alla verosimiglianza>> (Monica Brindicci). Petito
morì il 24 marzo del 1876, mentre recitava nel suo amato
teatro San Carlino il dramma la “Dama Bianca”. Tra le
sue numerose opere citiamo alcune: Palummella zompa e vola; Don
Fausto (1865); So’ morto e m’hanno fatto turna’
a nascere (1868); Flick e Flock (1871); Palummella (1873); ecc.